IO ESTRANEA AL TEMPO E A QUESTO MONDO. Sono una donna che cammina fuori dal tempo, come se il mondo scorresse a una velocità che non mi appartiene. È una discrepanza silenziosa, profonda. Mi muovo nel presente, ma sento di provenire da un altrove, da un ritmo più lento, più antico. Spesso ho la sensazione di non appartenere del tutto a questo mondo, eppure continuo a restare, ad ascoltare, a cercare.

Non viaggio per fuggire. Io cerco. Cerco nel tempo, nel passato, nelle pieghe dimenticate della storia. Cerco perché voglio capire come funziona davvero la vita, non la sua superficie, ma il suo meccanismo segreto. Mi domando da dove veniamo, dove stiamo andando, cosa accade quando il corpo si spegne e resta solo ciò che non sappiamo nominare.

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Leggo e studio molto: passo ore in silenzio con i libri come si fa con le persone importanti. Non per accumulare risposte, ma per smontare le falsità, cercando le verità che in me risuonano. La storia, quella ufficiale, spesso è una costruzione fragile, scritta per essere accettata, non per essere originale. Io inseguo le crepe, le omissioni, le voci soffocate. Non lo faccio per distruggere, ma per restituire dignità alla verità, anche quando è scomoda, anche quando ridimensiona me per prima.
Scrivere è il mio atto più onesto. Quando scrivo, scavo dentro di me con rispetto e fermezza, accettando ciò che trovo. A volte è luce, a volte è fango. Scrivo perché ho bisogno di capire chi sono e per restare fedele a me stessa.
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A un certo punto del mio cammino ho compreso una cosa con una chiarezza potentissima: la chiave del mondo e del futuro sono i bambini. Non perché siano ingenui, ma perché sono ancora interi. Puri. Liberi, da strutture e indottrinamenti. Non hanno ancora imparato a difendersi dalla falsità, ma la percepiscono, non hanno ancora spezzato il filo che li unisce alle domande autentiche e alle veridicità. Per questo lavoro soprattutto con i bambini. Perché sento la responsabilità — e il privilegio — di donare strumenti, non risposte. Spirito critico, lucidità, capacità di pensare a 360 gradi. La possibilità di non accettare ciò che viene detto, solo perché è stato sempre detto così. La libertà di ricercare la verità attraverso le domande, anche quando sono troppo grandi e magari fanno paura. Con i bambini comunicare mi è naturale. Forse perché non ho bisogno di semplificare ciò che è complesso, ma solo di renderlo vero. I bambini riconoscono immediatamente chi non finge. Sentono quando un adulto non li usa come contenitori, ma li guarda come esseri pensanti. Con loro posso restare nella profondità senza perdere la leggerezza. Posso stare nel mistero senza trasformarlo in dogma.
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La stessa meravigliosa comunicazione che avviene coi bambini, accade con gli animali, e in particolare con i cani. Con loro la comunicazione avviene prima delle parole. Non passa dall’intelletto, ma dalla presenza. I cani non chiedono coerenza teorica, chiedono verità emotiva, immediatamente riscontrabile. Se sei spezzata, lo sentono: subito. Se sei autentica, si fidano: all’istante. Forse mi è facile comunicare con loro perché non cerco di controllare, ma di ascoltare. Perché non chiedo, ma offro. Perché, come loro, credo in un linguaggio che non ha bisogno di mentire.
Nei cani, un po’ come per i bambini, c’è sempre una finestra aperta. Li osservo e li imito. Anche quando sono stanca, anche quando mi perdo nel mio disordine, lascio entrare il mondo. La luce, l’aria, il rumore lontano. Sono a volte confusa, ma mi impegno per non essere mai chiusa.

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La morte non mi terrorizza: mi chiama da quando sono piccola. È una domanda aperta, giusta, una soglia che rispetto e che studio, con umiltà, da sempre.
C’è una lama conficcata nel legno vivo, nella mia esistenza, ma non vi è alcuna metafora di morte. Essa è linfa. La morte è una parte essenziale della vita che semplicemente lascia un segno di passaggio. Non rappresenta la fine, dura e cruda, ma il coraggio di incidere. Il legno è vivo, come me. La lama non colpisce per distruggere, permea per segnare, per ricordare che ogni scelta autentica lascia un’impronta.
Il lancio dei coltelli, per me, nasce da questo stesso punto. Non è un gesto di forza, né di aggressività. È presenza totale. Quando lancio, il mondo si azzera: non esiste passato, non esiste futuro. Esiste solo il respiro, il corpo allineato, la mente ferma. Ogni pensiero superfluo diventa errore, ogni distrazione si traduce in sbilanciamento. Il coltello non obbedisce alla volontà, ma allo stato interiore. Se sono frammentata, manca il bersaglio. Se sono centrata, il lancio è naturale. In quel gesto imparo l’equilibrio, l’ascolto profondo, il rispetto del limite. Il coltello mi insegna ciò che la vita spesso dimentica: che la precisione nasce dal silenzio, e che la forza vera non spinge, lascia andare.

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Amo gli alberi perché mi riconosco in loro. Siamo collegati, biologicamente e spiritualmente. Abbiamo radici che non si vedono, vivono e comunicano al buio della terra, raccontando tutto, ogni istante ai rami che cercano la luce. Noi e gli alberi, resistiamo alle stagioni, alle ferite, al tempo. Nella natura trovo una verità che non pretende di essere spiegata. Lì posso essere fragile senza vergogna, forte senza arroganza.
E poi c’è l’autunno. Lo amo perché non ha paura di perdere. Le foglie cadono, ma l’albero resta. L’autunno mi ha insegnato che lasciare andare è una forma di forza silenziosa, che non tutto ciò che cade è una sconfitta. Alcune cose devono morire per non diventare ingombranti e non essere innaturali.
Ellis Writer, una scrittrice in ricerca, con domande più grandi delle risposte, con una forza che non fa rumore e un’umiltà che nasce dal sapere quanto poco conosce davvero.
Non cerca certezze comode. Cerca verità che sappiano stare nel buio.
E continuo, passo dopo passo, anche quando tremo.

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