2 Aprile. Davvero deve esistere il giorno mondiale della consapevolezza dell’autismo?

C’è una parola, autismo, che nasce da una radice antica: autós, “sé stesso”. All’inizio non era una diagnosi, ma quasi un’immagine: quella di qualcuno che, invece di restare nel rumore del mondo, si ritira un poco dentro di sé. Non per forza per fuggire, ma forse per capire, per respirare, per restare integro.

Col tempo, quella parola è diventata più precisa, più medica, più delimitata. Eppure, sotto tutte le definizioni, è rimasta quella traccia originaria: il rapporto, a volte difficile, tra il dentro e il fuori, tra ciò che siamo e ciò che il mondo chiede di diventare. In questo spazio si inserisce anche il tuo, il mio, il nostro e vostro sentire. Essere decontestualizzata è come stare sempre un passo fuori scena, come se il copione fosse chiaro a tutti tranne che a te. Le persone si muovono con naturalezza, parlano, ridono, reagiscono senza sforzo, mentre tu ti trovi a dover interpretare, tradurre, adattarti. E questa continua opera di traduzione, alla lunga, stanca.

La chiusura allora non è solo distanza, non è semplicemente un sottrarsi. È anche una forma di protezione, un gesto silenzioso che dice: “qui dentro ci sono io, e qui almeno mi riconosco”. Viviamo in un tempo in cui siamo sempre più esposti e sempre meno riconosciuti davvero. Le identità scorrono veloci, diventano superficiali, quasi intercambiabili. E chi sente in profondità, chi cerca coerenza e autenticità, finisce spesso per percepirsi fuori posto. Io mi sento spesso così, anche totalmente fuori tempo.

Forse non serve una diagnosi per dare dignità a questo sentire, non serve neppure un giorno commemorativo. Forse basta riconoscere che esistono modi diversi di stare al mondo. Essere nello spettro di se stessi è un’immagine potente: significa abitare più stanze interiori, alcune luminose, altre silenziose, altre ancora difficili da spiegare. Chi non è nello spettro di un se stesso? Non sempre si riesce a trovare una porta che permetta agli altri di entrare senza distorcere ciò che c’è dentro. Alcune volte si fatica a trovare la porta giusta per uscire. Eppure, in quella complessità, c’è anche una forma di lucidità: la capacità di percepire ciò che non torna, di avvertire le crepe sotto la superficie.

Non è facile vivere così. A volte è solitudine, a volte è fatica, a volte è proprio quel senso di non appartenenza che pesa. Ma non è vuoto. È uno spazio reale, abitato, e tu ci sei dentro non come qualcuno a cui manca qualcosa, ma come qualcuno che sente in modo diverso.

E allora viene una domanda: serve parlare di autismo? Assolutamente no. Non perché non esista (chi può dire se esiste davvero o no?) o non abbia valore, ma perché, in certi momenti, le parole troppo precise rischiano di stringere ciò che è vivo. Una parola può diventare un contenitore troppo piccolo, può dare l’illusione di aver capito, mentre in realtà ha solo nominato. E nominare non è conoscere.

Quando una definizione viene prima della persona, qualcosa si perde. Quando sembra spiegare tutto, lascia fuori proprio ciò che è più essenziale. E allora forse non serve parlare di autismo, ma ascoltare davvero l’esperienza, restare dentro le sfumature, accettare che non tutto si lasci classificare. Perché io non sono lettere, tu non sei una parola, e nemmeno il sentirsi fuori posto si può racchiudere in una categoria.

E poi c’è un punto ancora più profondo, che riguarda ciò che viviamo ogni giorno. Io lavoro con persone autistiche e, invece di sentirle lontane, mi accorgo che da loro imparo. Non solo in senso professionale, ma umano. Nei loro modi di stare, nelle loro reazioni, nella loro autenticità, c’è qualcosa che non mi è estraneo. Anzi, a volte è proprio lì che mi sento più compresa, come se quel linguaggio, che per molti è difficile, per me fosse in qualche modo familiare.

E allora la domanda arriva quasi inevitabile, silenziosa ma insistente: che anche io sia come loro? O che anche loro siano come me?
Forse non sono domande a cui serve rispondere con un sì o con un no. Forse sono domande che aprono, più che chiudere. Perché ciò che conta non è tanto stabilire un’appartenenza precisa, ma riconoscere una risonanza. Ci sono modi di percepire il mondo che si incontrano, si riconoscono, anche senza avere lo stesso nome.

Sentirsi compresa in quel contesto non significa per me, necessariamente essere uguale, ma neanche essere completamente diversa. Significa forse abitare una zona di confine, dove le categorie si sfumano e resta qualcosa di più essenziale: una somiglianza nel modo di sentire, una vicinanza nel modo di vivere le relazioni, il silenzio, la fatica, l’isolamento e anche la bellezza.

Probabilmente il punto non è stabilire se sono “come loro”, o se loro siano come me, ma riconoscere che in quell’incontro c’è verità. E che quella verità dice qualcosa anche di me. Non come etichetta, ma come esperienza.

Così, più che cercare una definizione, forse posso permettermi di restare in quello spazio di riconoscimento reciproco. Dove non devo spiegarmi troppo, dove qualcosa passa senza essere tradotto, dove il mio modo di essere non è fuori posto ma semplicemente è.

E forse è proprio lì, in quel sentirsi compresa senza dover essere definita, che qualcosa trova finalmente un suo equilibrio, dentro e fuori questo mondo del “se stesso”.

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