LA FOLA: storia di una promessa che ci è arrivata addosso senza che ce ne accorgessimo.

C’è un punto, poco fuori Pievepelago, dove lo Scoltenna smette di essere un torrente e comincia a diventare una ferita. Esce dalla conca, trova la roccia, e da lì si inabissa: forra, pareti, un rumore che non si sente con le orecchie ma con lo sterno.
Chi doveva passare da una sponda all’altra, per secoli, poteva farlo solo lì. L’alternativa era camminare fino a Strettara: un giorno intero, cioè, quasi sempre, non passare affatto.
Prima del ponte c’era il guado. Voglio che si parta da lì, prima della pietra, prima di qualunque cosa oggi ci sia da fotografare. Acqua fredda fino alla coscia. Un uomo con un carico sulle spalle che si ferma sulla riva e calcola una cosa che ti può ammazzare. Una donna che passa il bambino a chi è già dall’altra parte, e in quel gesto — le braccia tese sopra la corrente, il vuoto di un secondo in cui nessuno dei due lo tiene — c’è tutta la storia dell’Appennino.
I luoghi belli li scegliamo noi. I luoghi necessari ci scelgono loro, secondo leggi naturali di sopravvivenza.

Non era una favola
Il nome che questo posto porta ancora oggi — Fola — non ha niente a che vedere con le storie inventate. Viene dal diritto. Ed è, secondo me, una delle parole più commoventi che ci abbia lasciato l’alto medioevo.
Nel latino dell’Editto di Rotari, il codice che il re longobardo promulgò nel 643, fabula non significa favola: significa patto. Contratto. Accordo che lega. Sotto il latino c’è la parola germanica, la radice mahal-: l’accordo giurato davanti a testimoni.
Lo si capisce da un dettaglio piccolissimo. Quando l’Editto deve nominare gli uomini legati fra loro da giuramento li chiama gamahalos; e i glossatori più tardi, dovendo tradurre, scrivono confabulatos. Uomini che si sono parlati — e che da quel parlare non possono più tornare indietro.
E nel capitolo 346 c’è l’espressione esatta: fabula quae inter vicinos est. Il patto che c’è tra i vicini.
Da quell’accordo, nei secoli, nasce un’istituzione: l’assemblea degli uomini liberi di un villaggio, riunita all’incirca una volta al mese, all’aperto, presieduta dallo sculdascio (in longobardo: comandante dei debiti) o dal centenario. Da lì, molto più tardi, verrà il comune rurale.
Fermiamoci su quell’espressione “all’aperto”.
Non c’era una sala. Non c’era un notaio, non c’era un registro, non c’era niente che tenesse la parola al posto degli uomini. Stavano in piedi, in un luogo che tutti sapevano riconoscere — un prato, un crocevia, molto spesso un passaggio d’acqua — e la decisione esisteva finché esisteva la memoria di chi era presente.
Provate solo per un momento a immaginare cosa vuol dire vivere così. Vuol dire che se domani menti, o rubi, o tagli dove avevi giurato di non tagliare, non c’è un tribunale a fermarti. Ci sono le facce. Le stesse facce, ogni mese, per tutta la vita. E poi quelle dei loro figli, che sanno.
Era una civiltà tenuta insieme dalla vergogna e dall’onore, che sono le due gambe della stessa cosa: l’idea che la tua parola sia più importante del tuo bisogno.
L’uomo che non ha tagliato
Cosa decidevano, in quelle assemblee? Non c’è un verbale, perché verbali non ce n’erano. Lo sappiamo dalle tracce che quella parola ha lasciato nelle valli mentre si spegneva.
Nel Bellunese fabula arriva a indicare tre cose insieme: l’assemblea, la norma che stabilisce, e la terra soggetta a quella norma. In Ticino e in Friuli è un bosco messo a bandita. In Lunigiana, fola è una selva o un prato dove è proibito tagliare legna e portare le bestie. Esiste perfino il verbo — folare, mettere in bandita — e uno statuto del 1191 lo usa come una cosa ovvia, che non ha bisogno di spiegazioni.
Ecco il contenuto del patto, senza una sillaba di retorica: “qui non si taglia”.
Adesso bisogna avere il coraggio di sentire il peso di questa frase.
Immagino un uomo. Non ha un nome, non lo avrà mai, nessun documento lo ricorderà. È un febbraio gelido, in cui la legna è finita prima. Ha un figlio che tossisce da tre settimane. La casa è fredda in un modo che non si può spiegare a chi ha un termosifone: fredda dentro le ossa, fredda nel pane, fredda nel sonno.
Esce all’alba con l’ascia. E sopra il guado c’è il bosco. In piedi davanti agli alberi. A cento passi appena, eccola lì, la legna per un mese, forse due — la differenza tra arrivare a marzo e non arrivarci.

E lui si ferma non perché ama gli alberi. Perché sa — con una lucidità che a noi fa quasi paura — che quelle radici tengono il pendio, e il pendio tiene il varco, e il varco è l’unica cosa che separa il suo villaggio dall’essere un pugno di case murate vive dentro una valle chiusa. Sa che un anno di avidità si porta via tutto alla prima piena. Sa che scaldarsi adesso significa sparire dopo.
E sa un’altra cosa, che è quella che mi commuove davvero e mi tiene legata sempre più a questa epoca lontana, madre delle mie radici: che l’ha promesso. In piedi, all’aperto, davanti a gente che lo guardava in faccia.
Torna indietro solo con l’ascia in mano, senza la legna che gli serviva più di tutto l’oro del mondo.
Non riceve niente in cambio. Nessuno lo saprà. Non c’è un cronista, non c’è una lapide, non c’è nemmeno la soddisfazione di poterlo raccontare, perché è esattamente quello che hanno fatto tutti gli altri. È la forma di eroismo meno spettacolare che esista e più umana che esista: la rinuncia ordinaria, ripetuta, senza pubblico. Ogni giorno per quarant’anni passa davanti a quel bosco e ogni giorno non lo tocca. In nome di un patto che gli renderà per sempre una integrità di coscienza, pura e vera.
L’unica cosa che ottiene è che suo figlio potrà attraversare il fiume. E anche il figlio di suo figlio.
La pietra che eredita, la memoria che scivola
Poi i secoli fanno il loro lavoro. L’assemblea si scioglie, lo sculdascio scompare, la parola perde il significato tecnico, e nessuno sa più dire perché quel posto si chiami così.
Sopra il guado, quando finalmente si riesce a permetterselo — perché un ponte in pietra costava un patrimonio e richiedeva maestranze rarissime — sale una struttura a due arcate irregolari, a doppia schiena d’asino, con un solo pilone piantato nella corrente. L’unico ponte in pietra a due arcate di tutta l’Emilia.
Il ponte non sa più cosa sia, quel nome che gli si affida.

E quando una comunità perde il senso di una parola, la lingua fa quello che ha sempre fatto: ci mette dentro la spiegazione più a portata di mano. Fola, ormai nelle nostre ricerche di storie locali e anche dialettali tramandate, vuol dire frottola. Storia raccontata. E allora nascono i pastori che si trovano lì al calare del sole per narrarsi favole; nasce il diavolo, geloso di quell’amicizia, che muove i rami e poi vola sopra le loro teste; nasce il monaco che promette al demonio l’anima del primo che passerà, e gli manda avanti un cane.
Sono racconti bellissimi. Ma sono l’eco deformata di qualcosa di più asciutto e infinitamente più grande: che in quel punto, molto prima, degli uomini si erano messi d’accordo per non distruggere ciò che li teneva vivi.
La leggenda ha conservato la sacralità del luogo e ha perso la ragione. Succede spesso, con le cose che amiamo: continuiamo a proteggerle molto dopo aver dimenticato perché.
Quello che ci resta in mano
Di quel patto non abbiamo un rigo. Non abbiamo un nome, nè una data, nè l’elenco di chi c’era. Non sapremo mai chi parlò per primo, né chi quella mattina di febbraio tornò indietro con l’ascia pulita.
Abbiamo una parola su una carta.
È pochissimo, ma è, al tempo stesso, enorme. Perché i toponimi sono la forma più testarda di memoria che l’umanità abbia prodotto: sopravvivono alla lingua che li ha generati, al popolo che li ha pronunciati, all’istituzione che descrivevano. Continuano a funzionare anche da vuoti, come una parola d’ordine di cui si è persa la guerra.
Ma c’è una cosa ancora più difficile da reggere.
Quell’uomo, quando rinunciò alla legna, non stava pensando a noi. Pensava a suo figlio. Suo figlio ha attraversato il fiume, e ha pensato al proprio, e così via — una catena di persone senza nome, ognuna delle quali ha rinunciato a qualcosa per una che non avrebbe conosciuto.
Quella catena arriva fin qui. Finisce esattamente sotto i piedi di chi, nel ventunesimo secolo, si ferma in mezzo a quel ponte e guarda giù, come me oggi, in pieno senso di gratitudine per questa storia che ho avuto in dono nella vita, da una ricerca storica locale a dir poco straordinaria.

Noi siamo i figli che hanno attraversato il fiume. Non abbiamo fatto niente per meritarcelo. Ci è stato passato di braccia in braccia sopra la corrente, per mille e trecento anni.
Il ponte è arrivato dopo. Il patto era già lì.
E l’unica domanda seria che quel posto ci fa, mentre l’acqua continua a lavorare la roccia sotto le arcate, è se qualcuno, tra mille anni, potrà dire di noi la stessa cosa.
Nota sulle fonti
Sono documentati: l’Editto di Rotari (643) e l’espressione fabula quae inter vicinos est al capitolo 346; il valore giuridico di fabula come patto e la derivazione dal longobardo mahal-; l’equivalenza gamahalos / confabulatos; l’assemblea locale dei vicini, mensile e all’aperto, presieduta da sculdascio o centenario, indicata come germe del comune rurale; le continuazioni dialettali e toponomastiche di fola come terra a bandita in Cadore, Bellunese, Ticino, Friuli e Lunigiana, con il verbo folare e lo Statuto d’Agnino del 1191; l’inserimento del Ponte della Fola, tra Groppo e Pievepelago, in questa tipologia toponimica; la conformazione del ponte, unico a due arcate in Emilia, e la funzione del passaggio prima della forra; le due leggende.






