Viaggio di gratitudine a Giovanni Feo e ai segreti etruschi che ci ha lasciato in eredità.

Caro Giovanni Feo,

Non ti ho conosciuto di persona, eppure è come se le tue parole mi avessero preso per mano.

Le tue ricerche, le tue visioni, il tuo coraggio di guardare oltre la superficie hanno aperto in me un varco — un sentiero che non porta solo verso la storia, ma verso la mia stessa origine.

Leggerti è stato come riscoprire una lingua antica che conoscevo da sempre. Ti ringrazio, Giovanni, per la tua audacia.

Per aver avuto il coraggio di pensare controcorrente, di non accontentarti delle versioni già scritte, di cercare la verità non nei musei ma tra le radici, nei boschi, sotto le pietre, nei sussurri del vento.

Hai dimostrato che la conoscenza non è solo accumulo di dati, ma atto d’amore verso la terra e verso ciò che ci ha generato.

Il tuo lavoro è più di una ricerca: è una traccia viva.

Un invito a guardare con occhi diversi, a camminare non sopra la storia ma dentro di essa.

Chi ti legge, se ascolta davvero, non trova solo informazioni: trova se stesso.

Trova la memoria che scorre nel sangue, il legame invisibile con ciò che era e continua a essere.

Viviamo in un tempo che dimentica, che corre, che consuma.

Tu ci hai insegnato il contrario: fermarsi, ascoltare, entrare nel silenzio.

Ci hai mostrato che solo chi ha il coraggio di discendere — nella terra, nell’anima, nell’ombra —può ritornare alla luce con una verità nuova.

Vorrei dirti che il tuo esempio è necessario.

Che in un mondo che teme la profondità, tu ci hai ricordato la sacralità del dubbio, il valore del pensiero libero, la dignità di chi cerca anche quando non trova.

E che la tua eredità non è solo nei libri, ma in ogni persona che oggi cammina tra le colline etrusche sentendo che lì, da qualche parte, c’è ancora qualcosa che parla.

Grazie, Giovanni.

Per aver lasciato tracce che non si cancellano.

Per averci insegnato che il sapere non serve a possedere, ma a riconoscersi.

Per aver mostrato che lo spirito non muore, ma si rinnova in chi continua a cercare.

Con gratitudine profonda, a te che mi hai in condotta in un viaggio che resterà. Io voglio ricordarti attraverso i miei appunti, ammirando la tua terra amata.

Viaggio alla scoperta dei segreti etruschi raccontati da Giovanni Feo

Feo sosteneva che la forza degli etruschi fosse soprattutto spirituale: una cultura che sapeva “leggere” la terra, l’acqua, il cielo, che creava opere monumentali non solo per utilità ma per mettere in contatto il visibile e l’invisibile.

Bolsena non era periferia, era centro di una sapienza che aveva a che fare con l’anima — e quel centro è vivo, é respiro e battito nascosto dentro a un paesaggio che si affaccia su un lago senza tempo.

Nel territorio di Capodimonte fu ubicata la città etrusca di Bisenzio (o Visentum) il cui sito oggi è parzialmente nascosto, ma la presenza è reale e potente. Quando si è vicino alla riva, soprattutto verso l’isola Bisentina, non si può non considerare che si sta camminando su strati di storia che precedono Roma: le tracce etrusche rendono il luogo “vivo” oltre il presente.

La imponente Rocca Farnese a Capodimonte, a pianta ottagonale, è testimonianza architettonica del potere dei Farnese ma anche simbolo del dominare vista e orizzonte.

L’ottagono — perfetta geometria (sacra)— ti invita a riflettere sulla forma della visione, sulla centralità del luogo e sulla tua stessa posizione rispetto al mondo.

La spiaggia di Capodimonte è fatta di sabbia vulcanica, residuo di ere geologiche e frane.

Camminare a piedi nudi sulla riva, al tramonto, é farsi un regalo: ogni granello nero è micro-memoria di eruzioni, di frane, di acqua che incide roccia. La sabbia è “scrittura” silenziosa del tempo, e ognuno ne compone una frase con i propri passi.

 Il viaggio continua sulla via Francigena, che è una via sacrale dell’antichitá con un potere energetico speciale, attorno a Bolsena, per toccare con mente e cuore la ricerca storica che ho effettuato attraverso lo studio della bibliografia di Giovanni Feo, sui segreti degli Etruschi, una visione diversa che la storia dei libri scolastici non ci racconta.

Feo sostiene che quest’area fosse “l’ombelico sacro” della dodecapoli etrusca, cioè di quel sistema di città-stato che costituivano l’Etruria classica. Nei suoi studi egli evidenzia come il territorio non sia semplicemente contesto geografico, ma «geografia sacra»: le colline tufacee, i boschi, le vie cave, le acque, costituiscono il palcoscenico di una spiritualità profonda.

Secondo lui, la posizione dominante del cratere del lago, le risorse vulcaniche, i boschi e le acque profonde erano perfette per una cultura che legava fortemente territorio e sacro. E sottolinea che l’insediamento non nasce dal nulla nell’VIII-VII sec. a.C., ma che vi sia una continuità abitativa dal Neolitico fino all’epoca etrusca.

Il nome Via Francigena significa letteralmente “la via che viene dalla Francia” o meglio: la via dei Franchi.

Non indicava un’unica strada, ma una rete di percorsi medievali che collegavano l’Europa del Nord — in particolare Canterbury, in Inghilterra — a Roma.

Era la strada dei pellegrini, dei mercanti, dei viaggiatori, dei messaggeri.

Chiunque volesse raggiungere Roma, e da lì magari proseguire verso la Terra Santa, percorreva uno dei suoi tratti.

Dal punto di vista storico, la Via Francigena rappresenta una spina dorsale dell’Europa medievale, che univa culture, lingue e religioni e un cammino di fede e conoscenza, dove ogni passo raccontava un incontro tra Nord e Sud, tra mondo laico e mondo sacro.

Dal punto di vista umano, è ancora ciò che è sempre stata: un invito al viaggio, alla riflessione, alla ricerca di senso nel movimento lento.

D’altra parte, si sta camminando su una “ley line”, una linea sacrale che gli etruschi avevano sentito e sulla quale avevano costruito tutti i loro templi oracali, sui quali ora camminiamo, la maggior parte di noi, senza saperlo.

Zaino in spalla, scarpe comode che si tolgono facilmente, cuore e respiro aperto, viandante: qui c’é tutto quello che serve per comprendere da dove qualcuno di noi proviene e per ricaricarsi, prima di tornare nell’attuale quotidianità, pronta a distogliere da ciò che è verità e conta davvero

Civita di Bagnoregio fu fondata più di 2.500 anni fa dagli Etruschi, su uno sperone di tufo che si affaccia sul “bordo” della valle dei calanchi.

Il paesaggio — roccia tufacea, calanchi, erosione, percorso stretto di accesso — è geografia sacra: la natura non è solo sfondo ma interlocutore. Gli Etruschi qui avrebbero scelto questo luogo non solo per ragioni strategiche o difensive, ma anche perché la “fessura”, la parete, la valle profonda parlavano di un contatto con la terra, con le forze sotterranee, con le profondità.

Arrivare al ponte pedonale che conduce a Civita significa attraversare un “limite” della roccia — una soglia — come se si entrasse in un luogo sacro, nascosto dalla normalità.

Toccare le pietre di Civita di Bagnoregio è come accarezzare la pelle del tempo.

Non sono solo rocce antiche, ma vene pulsanti di una memoria che non dorme mai.

Sotto la superficie ruvida del tufo, vibra ancora il respiro degli Etruschi, il suono lento delle acque, il passo dei pellegrini, il silenzio delle preghiere.

Ogni muro, ogni gradino, ogni spigolo scolpito dal vento ti guarda. Ti chiede di fermarti, di ascoltare.

Se chiudi gli occhi, senti che la pietra ha un calore tutto suo, un battito profondo, più antico del tuo cuore.

Civita non è una città che muore: è una città che ricorda.

Ogni pietra che tocchi si sgretola appena,

come se volesse offrirti un frammento di eternità.

Ti entra nella pelle, si mescola nei pensieri e per un momento ti fa capire che anche tu sei parte di lei:

cenere, vento, anima che si fa terra.

Non stai toccando una pietra.

Stai sfiorando la soglia tra visibile e invisibile.

E nel silenzio che segue, Civita ti sussurra:

“Io crollo solo per rinascere.

Tocca le mie ferite, e troverai la tua.”

Il cosiddetto “Bucaione”: un tunnel profondo che attraversa la roccia alla base dello sperone su cui sorge Civita e che permette l’accesso alla valle dei calanchi.

Per Giovanni Feo, questi elementi sono “portali”: il tunnel, la tomba, la parete tufacea diventano simboli della discesa nell’anima, della soglia tra visibile e invisibile.

Mentre esploro questi luoghi — fissando la parete, il tunnel che buca la roccia — posso percepire che l’antico abitante etrusco ha “dialogato” con la terra, ha scavato non solo per seppellire ma per incontrare radici e misteri.

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