GLISSER – elisa ferrari – foto&grafia

Storytelling di Parole e Fotografie per chi vuole lasciare un segno indelebile in questa vita.

C’è una storia da raccontare, la vedo dalla finestra di casa mia.

Il rientro a casa, dalla terapia intensiva di un amico che vince il Covid19.

Ci sono tante storie da raccontare ai tempi del Covid19, ma questa mi ha colpito particolarmente perché si scorge, guardando fuori dalla finestra di casa mia, dove dal 2 Marzo al 18 Maggio non sono uscita, neppure per andare a fare la spesa.

Io, mio marito e i bimbi ci ammaliamo in questo lasso di tempo e visto che abbiamo fatto il vaccino antinfluenzale a Novembre è facile pensare di aver contratto il Covid 19 quando inizia un periodo di febbre e varie sintomatologie, tutte gestibili, ma nelle quali la paura incombe più del resto e il non diritto ad un tampone, ci lascia soli, dentro 100 metri, senza nessuna cura al di fuori della tachipirina, diventando impegnativo per la mente quell’enfatizzare tutto. E il mio racconto si ferma qui. Siamo sopravvissuti. La nostra saturazione non è mai scesa sotto i 92 ed è stato bello avere un saturimetro in casa, che è diventato una sorta di amico, ogni volta che ci mancava il respiro, forse solo per il terrore del peggio raccontato alla Tv. Questa storia inizia invece mentre trascorro intere ore alla mia finestra interrogandomi sul cosa accade dentro le case accanto alla mia. Anche quelle famiglie proveranno quello che sento io?

Fabrizio ha cinquantuno anni e casa sua si vede dalla finestra della mia cucina. Diciamo che gran parte del lavoro di progettazione case del mio lavoro, me lo ha insegnato lui, quando quasi vent’anni fa mi approcciavo al mondo del lavoro, con i primi tirocini, durante gli studi di abilitazione alla professione. E’ un ragazzo caparbio e tosto che neanche li dimostra i suoi anni e sapere che ha contratto il Covid19, finendo in terapia intensiva, con una storia del tutto particolare da raccontare, mi ha dato lo stimolo e la forza di scriverla. Credo che sentirci al telefono mentre gli ponevo le mie mille domande su quello che stava vivendo, abbia aiutato anche lui a fare defluire fuori le impressioni, ma sopra ogni emozione che ho percepito ascoltandolo nel suo racconto, ha veramente curato me. Appena Fabrizio torna a casa dall’incubo vissuto, decidiamo che questa avventura va messa nero su bianco perché può servire a tante persone che in questi giorni vivono ancora timorosi, ma anche a chi tende ancora a sottovalutare quanto questo virus sia maledetto e a volte letale.

A me ha insegnato quanto sia importante tenere sotto controllo la mente, dosando il terrore con la conoscenza di certi aspetti veri di questa malattia e mi ha persino fatto sorridere un po’, mentre intervistavo Fabrizio e apprendevo della sua totale inconsapevolezza su quanto stava accadendo realmente a lui in ospedale, che paragonavo al mio panico dentro casa mia, riguardo ciò che invece non stava per nulla accadendo in me. L’ho trovato a stento, assurdo, ma mi ha fatto riflettere tantissimo: a volte serve un racconto a lieto fine, per uscire dall’incubo che si può sentire molto più all’interno delle mura di casa che in ospedale, tra le mani dei medici.

Anche loro in questo avvenimento sono protagonisti: medici straordinari che abbiamo l’onore di vantare a Modena e che proprio grazie all’approccio attento e rispettoso del paziente hanno fatto l’enorme differenza.

Ecco la nostra chiacchierata che ricorderemo per sempre.

IO – Fabrizio, come pensi di aver contratto il Covid19 e quando? Qual è l’evolversi dei tuoi sintomi?

FABRIZIO – Credo di aver contratto il Cvid19, in ospedale a Bressanone, in cui il 6 Marzo sono stato operato in un intervento programmato inerente un problema diabetico. Dimesso l’11 Marzo, nei giorni fino al 18 Marzo a casa ho avuto la febbre alta a 39,5 gradi e il dottore mi ha prescritto antibiotici, perché dall’operazione era scaturito un ematoma molto importante, piuttosto brutto di colore nero pece. Si pensava che ci fosse un’infiammazione da infezione che fosse, appunto, responsabile della febbre. Il 18 Marzo la febbre non era ancora scesa sotto i 38 gradi, nonostante l’antibiotico e su consiglio del medico, decido di andare a fare una visita d’urgenza all’ospedale di Baggiovara, reparto Day Hospital che ha appurato velocemente come nessuna infezione dovuta all’operazione fosse in corso, nel mio corpo. In quella sede mi consigliano di andare comunque al pronto soccorso per fare un controllo inerente la probabile infezione da Covid19, visto il persistere della febbre e così mi reco immediatamente al piano terra dello stesso ospedale, dove dopo tutti gli esami e le lastre ai polmoni mi ricoverano immediatamente, informandomi che vedono una polmonite in atto e che dovevo attendere gli esiti finali da tampone, per accertarne la natura.

Dei sintomi che avevo appreso informandomi sul Covid19 avevo solo febbre e un leggero affanno nel camminare a lungo o fare le scale, che attribuivo ovviamente alla mia operazione non certo a un problema di respirazione da coronavirus. Non avevo tosse, mal di gola, raffreddore, congiuntivite, perdita di gusto e olfatto… nulla. Penso subito di non avere il Covid19, in realtà resto tranquillo e mi ripeto nella mente di essermi preso una semplice polmonite da raffreddamento in sala operatoria, perché di fatto ho patito molto freddo in quella sede.

IO – Quindi ti ricoverano ma non apprendi immediatamente di avere il Coronavirus e soprattutto della gravità della tua situazione?

FABRIZIO – Si esatto e per fortuna oserei dire, mi ricoverano e non percepisco neppure per un attimo la condizione gravissima in cui riverso già in quel primo momento, con insufficienza respiratoria, ipossiemica normocapnica, scambi emogasanalitici compromessi, ispessimento interstiziale sia destro che sinistro, con versamento pleurico e consolidamenti. Con i medici scherzo e rido anche in quel frangente, quindi nessuna preoccupazione reale sul mio stato di salute che, ripeto, non sento personalmente essere così grave. Per i successivi 4-5 giorni neppure vengo a conoscenza di avere il Covid19.

IO –  Puoi descrivere il reparto nel quale sei ricoverato? Cosa vedi durante il tuo ricovero?

FABRIZIO – Nel reparto di medicina di urgenza 1, terapia intensiva e semintensiva di Covid, sono in una camera singola, sotto un casco al quale devi abituarti perché senti la sensazione che sia proprio esso che ti toglie l’aria, non la malattia. Ho una sola finestra accanto. Vedo attraverso essa il bar dell’ospedale che sforna tante pizze e per uno che mangia solo uno yogurt  iper-concentrato da giorni, è un mezzo disastro.

IO – Quindi sei pienamente cosciente, non senti di avere disagi e mali particolari, e comunque non ti danno cibo se non uno yogurt al giorno?

FABRIZIO – Esatto. Ti garantisco che dopo diversi giorni questa cosa del non mangiare diventa un vero problema e non riesco a tenere a bada il mio carattere che ben conosci… Sai che faccio?

IO – Ti cavi il casco ti alzi dal letto e vai alla ricerca del cibo da solo, che sarebbe tipico di te?

FABRIZIO – Eh quasi… praticamente faccio un bel discorso con un dottore che si tramuta in scommessa.

Un medico vecchio stampo di quelli toghi, che si fanno pochi problemi ma hanno una umanità pazzesca.

Gli dico: “Dottore, io il mio corpo lo conosco bene, se non gli date da mangiare lui non  carbura e non funziona bene. Undici giorni sotto un casco con uno yogurt concentrato che mi sbatte la glicemia a 260-280 e poi mi fate l’insulina per ripristinare il valore della glicemia basso… e che succede quando torno a casa? Devo fare insulina per tutta la vita, poi? Datemi da mangiare cibo vero e vedrete che starò meglio”

E lui mi guardava con una espressione che ho capito solo quando sono stato dimesso. Era quasi impressionato dalla mia faccia tosta e lì per lì io non avevo capito che quel “Guarda che non ti stiamo dando cibo perché abbiamo paura che non ci sia spazio per esso dentro te e che ti faccia soffocare”, in realtà volesse dire “Fabrizio tu a casa non ci torni perché stai morendo anche se non ne sei consapevole”.

Così decido di sfidarlo e gli lancio la scommessa su come il cibo sarebbe servito a farmi stare meglio e lui la accetta facendomi diversi esami dopo che avevo mangiato e giurandomi che se i valori fossero peggiorati non avrei più visto cibo.

“Però se invece va tutto bene, mi mandate a casa, vero? Prometta dottore”.

E quella sua faccia io non me la scorderò mai più… aveva ancora l’idea che la morte mi avrebbe preso di lì a poco ma io non lo sapevo e gli sorridevo con l’occhiolino.

IO – Mi manca l’aria, fermati un attimo col racconto. Mentre sto per morire voglio quel medico, è davvero straordinario. Non lo vorrei sapere che sto per morire. Ti rendi conto che quell’inconsapevolezza totale ti stava salvando?

FABRIZIO: Sì, se avessi saputo che quando mi hanno ricoverato è stato riferito a mio suocero, che ha chiesto di me a un medico che conosceva, che la famiglia doveva prepararsi perché avevo 48 ore di vita… probabilmente sarei morto di paura, prima che di Covid19.

IO –  Come evolvono quindi le tue emozioni e i tuoi pensieri durante quei giorni?

FABRIZIO – Ho perso il lavoro, poco prima del mio ricovero, in realtà sono preoccupatissimo per questo e penso a come sarà la mia vita, una volta dimesso dall’ospedale. Sono sempre lontano dall’idea della morte. Non mi sfiora neppure i pensieri.

IO – E ci resti molto lontano da questa terribile idea di morte oppure quando arriva l’esito positivo del tampone e apprendi di avere il Covid19, qualcosa cambia?

FABRIZIO – Più che al risultato del tampone ho qualche titubanza quando mi accorgo che in quel reparto si ripetono certi scenari ogni giorno: esce una persona guarita sulle proprie gambe ogni circa tre bare di acciaio che contengono un corpo chiuso in un sacchetto.

Vedere questo scenario ripetersi come un incubo ogni giorno, inizia a spaventarmi un po’.

E il culmine della paura lo raggiungo dopo 24 ore dal pasto che ho ingerito grazie alla scommessa con il dottore.

Quel giorno intensificano improvvisamente tutti gli esami e in poche ore mi hanno fatto cinque ecografie nei polmoni perché non capivano come potessero essere vuoti e liberi, così improvvisamente e miracolosamente.

Non riuscivano neppure a farmi il prelievo arterioso nel polso, l’emogas, perché a forza di ripeterlo, mi erano collassate le vene, così decidono di farmi prelievo femorale all’inguine, che è molto doloroso, lo sento ancora il male in quella zona.  Questo mi ha spaventato da morire.

Facevano improvvisamente tutti quegli esami senza capire bene e non mi riferivano nulla perché non credevano fosse possibile quello che vedevano e volevano esserne davvero certi.

IO –  Sono uomini di scienza, per loro è difficile credere ai miracoli, eppure dovrebbero farlo perché loro per primi sono miracoli.

FABRIZIO –  Hai ragione. Sì loro sono angeli. Davvero. Non possono davvero fare più di quel che fanno che già a me sembra pazzesco pensare a come non siano mai mancati con la più piccola accortezza, facendo turni estenuanti e più lunghi del dovuto, sempre.

Una umanità incredibile e una bravura e attenzione difficile da descrivere. Rischiano davvero la loro vita.  Sono persone meravigliose, eccezionali: lottano in una guerra atomica con in mano uno stuzzicadenti al posto di un’arma. Eroi puri.

IO – Riesci a comunicare con la tua famiglia, mentre sei sotto il casco in terapia? I famigliari avevano capito della tua grave condizione?

FABRIZIO – Comunicavo in whatsapp con la mia famiglia, tenendo il cellulare con le mani, attraverso il casco, vedevo a stento, con estrema difficoltà perché l’ossigeno mandava fuori fuoco lo schermo e se insistevo a forzare lo sguardo mi sentivo male.

Né mia moglie né le mie figlie sapevano la reale gravità della mia condizione. L’unico a saperlo era mio suocero ma non si era sentito di dirlo esplicitamente alla figlia e alle nipoti.

Aveva fatto intuire che la situazione non era semplice e percepivo comunque la loro preoccupazione, ma la mia totale inconsapevolezza e il mio stare bene fisicamente cercava di tranquillizzare tutte loro.

IO –  Sapevi se a casa qualcuno dei tuoi famigliari aveva contratto il virus?

FABRIZIO –  Mentre ero lì in ospedale non mi aggiornavano sulle condizioni reali a casa. Ho scoperto tutto tornando a casa. Ero preoccupato soprattutto per mia mamma, già piena di patologie, non ha ancora superato la morte del papà, sapevo per lei sarebbe stato complicato il Covid19.

Una volta a casa ho appreso che mia mamma davvero lo aveva contratto e mia moglie ha dovuto chiamare varie volte i servizi di assistenza per poter ottenere che le facessero un tampone, non così scontato, neppure con me ricoverato positivo in terapia intensiva.

Alla fine è risultata positiva ma ha avuto febbre per un paio di settimane senza grosse complicazioni ed è riuscita a stare a casa. Anche se non hanno fatto tampone, mia figlia e mia moglie con diversi sintomi e febbre, hanno superato pure loro la malattia.

Mamma ha già avuto due tamponi negativi.

IO –  Come vivete la quarantena successiva al tuo ritorno a casa?

FABRIZIO – Ognuno con sua camera  e suo bagno, tutti separati.

Io ora sono chiuso in mansarda lontano da tutti, per fortuna che ci sono amici che ti danno una mano, che ti portano medicinali e spesa a casa, altrimenti non sapremmo come fare perché nessuno di noi può uscire

IO – Dopo quanto tempo dall’inizio malattia in te sei riuscito ad avere i due tamponi negativi?

FABRIZIO – Il secondo tampone negativo l’ho fatto il 15 aprile e avuto esito il 17 aprile, quindi la fine della mia quarantena è il 18 aprile, un mese esatto dopo il mio ricovero.

IO – Cosa ti ha insegnato questo virus maledetto?

FABRIZIO – Che in attimo può finire la vita, ma è banale come discorso, lo so. Probabilmente vivo tutto in modo così assurdo che non lo so. Devo metabolizzare. Stavo morendo senza accorgermene e poi è avvenuto una sorta di miracolo. Stranissimo.

IO – È stato il tuo babbo a salvarti, da una nuvola.

FABRIZIO –  Quella è la tua visione della vita… ma è una sempre una bella visione.

IO – Quali consigli senti di dare a chi apprende di avere questa malattia?

FABRIZIO – Di seguire esattamente quello che dicono i medici e anche di più. Sono i nostri salva-vita. Se i medici, in reparto, mi dicevano di stare sdraiato a pancia in giù 10 ore almeno al giorno io stavo 12 ore in quella posizione. Se mi dicevano di bere almeno due litri di acqua, ne bevevo tre. I medici non sono lì per spaventarci, solo per curarci e sanno che la miglior medicina per quel reparto è la speranza. Forse con me hanno imparato ad averla più forte anche per le situazioni più disperate.

Occorre restare calmi e dosare la paura, perché questa non può che aggravare la situazione.

I medici mi hanno chiesto se do la disponibilità, per fare un controllo e ulteriori prelievi per analizzare e studiare il caso particolare. Hanno bisogno di approfondire questa malattia sconosciuta ancora per una buona parte delle sue caratteristiche. Ho acconsentito e lo farò volentieri.

IO – Siamo alla fine e come la più bella delle storie da lieto fine, raccontami il momento più bello, quando i medici ti dimettono.

FABRIZIO – Il giorno delle dimissioni era il 2 Aprile e apprendo la verità delle mie reali condizioni iniziali che ho superato e vinto, con le quali già dalle prime ore ho seriamente rischiato di morire in quella camera di ospedale.

Ho adunato alcuni medici e dottori che mi avevano seguito ed erano in turno, ho voluto dire due parole ai medici. Ci stava un immenso ringraziamento, anche se non è neppure paragonabile a quello che hanno fatto per me.

E’ uscita anche la responsabile del reparto, nel corridoio del ritrovo organizzato per festeggiare la mia guarigione e lei mi ha detto: “Noi dobbiamo ringraziare te, perché ci hai dato una grande carica vitale, attraverso la tua inconsapevolezza, la tua caparbietà, con le tue battute e ti sei fatto voler bene da tutti noi, soprattutto perché sei una specie di miracolo visto che per le gravissime condizioni del tuo ricovero secondo noi, purtroppo non avresti potuto superare le prime 48 ore di intensiva e invece tu non hai mai mollato, non volevi l’insulina, volevi mangiare … sei tosto Fabrizio e ce l’hai fatta!”

Ho visto la commozione di tutti, mentre lei parlava…

Ho avuto un cedimento alle gambe me la sono quasi fatta sotto dall’emozione e se due infermieri non mi avessero sorretto sarei crollato a terra.

Dimmelo come si può vincere la morte senza rendersi conto di combatterci davvero contro?

IO – Io credo che accada spesso sai Fabri? Molte persone sono vive, ma non percepiscono il miracolo di esserlo, anche fuori da una malattia, nella vita di tutti giorni.

Dovremmo avere molta cura e rispetto della vita, nostra e di quella degli altri.

Tu ora hai questa grande emozione del poterlo sentire: coltivala, dissetala e abbine cura del resto della tua lunga vita.

Ti ringrazio Fabrizio per aver reso pubblica la tua storia Covid19. In queste risposte che mi hai dato c’è racchiuso un grande insegnamento: chi ha troppa paura muore ogni giorno un po’ di più. Chi non ha paura o comunque riesce a dosarla con quella buona razione di ottimismo e forza vitale, muore una volta sola e grazie a Dio e al tuo babbo, la tua volta non è stata questa.

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