GLISSER – elisa ferrari – foto&grafia

Storytelling di Parole e Fotografie per chi vuole lasciare un segno indelebile in questa vita.

VIVERE IN UNA PANDEMIA MONDIALE

LA  FILOSOFIA DEL DISINCANTO DEL MONDO A FAVORE DI NOI STESSI

Il tempo aveva smesso di funzionare. Le mie sveglie erano ferme e l’orologio era diventato il mio corpo che avevo ripreso ad ascoltare nelle sue esigenze primarie: so che era ora di mangiare perchè avevo fame, so che era ora di dormire perchè avevo sonno, so che era ora del caffè e di un libro perché sentivo che mi stavo annoiando nel pomeriggio, percepivo che era ora di tornare a scrivere perchè una paura ancora acerba mi stava togliendo la libertà e il respiro, più di un decreto e un virus.

Così ogni giorno, aspettavo i bollettini dei contagi, dei guariti e dei morti Covid19 per poter calcolare gli asintoti e le svolte di curve immaginarie che avrebbero potuto ridarci la libertà rivendicata, in date presunte. Speravo quotidianamente di non conoscere nessuno nella lista dei decessi. Tutto ciò perché avevo bisogno di restare forte, visualizzando un risultato e un orizzonte cui tendere per poter superare il presente e giungere al finale.

Ne avevo così bisogno di quel numero conclusivo, prossimo allo zero dei contagi, perché sapevo con certezza che ci avrebbe liberato da questa condizione di presunto isolamento.

La verità è che non so e non sappiamo contare su il “noi stessi” del momento. Noi decidiamo del futuro, sulle certezze ricavate dalle esperienze e dagli insegnamenti del passato. 

Non siamo abituati a interrogarci su un concetto sollevato più di un secolo fa dal filosofo Max Weber riguardo il “disincantamento del mondo”, Entzauberung der Welt. Una teoria che esprime il principio secondo il quale, in un mondo che si è spopolato degli dèi e della magia per diventare il puro e semplice teatro dell’agire razionale dell’uomo, ecco che quest’ultimo è intimato a mettere in campo quella che Weber chiama una collisione nella filosofia dei valori i cui presupposti devono essere la distinzione tra “essere” e “dover essere”. 

Avevo trovato il tempo di rimettermi a studiare alcuni sistemi del mondo, in quei primi giorni della mia quarantena. La filosofia l’ho sempre amata e mi ha reso, per tanti versi, quella che sono ora attraverso tutte le domande che mi sono posta nella vita e mettendo in discussione tutte le possibili risposte. Per me è sempre stata un cammino, questa materia, una disposizione naturale dell’essere umano e la bilancia per trovare un equilibrio. Probabilmente, pensavo, stavamo per vivere un momento storico mondiale in cui avevamo la possibilità di inserire gli assiomi di certi grandi filosofi dei secoli passati nel nostro quotidiano e sentirli sulla pelle forse per la prima volta. Potevamo avere l’occasione di interpretare la nostra vita in una terra di mezzo al centro di una triangolazione tra scienza, leggi del mondo e teologia.

Sappiamo tutti che a differenza della scienza che si occupa di scoperte e fatti appurati, la filosofia tratta dei valori che divengono, insieme alle leggi del mondo, qualcosa di mutevole e relativo, al quale dobbiamo uniformarci anche noi come esseri umani. E questo lo stiamo vedendo accadere anche nella vita pandemica quotidiana, dove forse per la prima volta, per sentirci meno naufraghi di quello che siamo costretti a vivere, ci ritroviamo ad aprire la strada all’etica della responsabilità, badando al rapporto mezzi/fini e contraccolpi. 

Senza assumere regole assolute, in sostanza, la condotta della responsabilità si muove tenendo sempre presenti le ripercussioni del suo agire: è proprio guardando a tali deduzioni che essa lavora. Sicché l’etica dei principi e quella della responsabilità sono due morali opposte e inconciliabili, che fanno capo a due diversi modi di intendere la vita, l’uomo ora è chiamato a valutare come le sue azioni, dettate dai propri valori, avranno conseguenze sugli altri.

Dovevamo restare a casa e interrompere la catena dei contagi: col nostro comportamento responsivo alle leggi impartite e responsabile, saremmo finiti anche noi a salvare vite umane. 

Era questa la vera rivoluzione che si insinuava silenziosamente nella mia quarantena a scuole chiuse e lavoro interrotto, fino ai primi dieci giorni di Marzo: fare i conti con un mondo disilluso, scettico e realista, dove quello che pensavamo in nostro possesso fino al giorno prima, era solo in prestito e quello in cui credevamo, perdeva di fiducia, ma consapevolmente veniva guardato nella sua nudità più cruda e ruvida. 

I giorni procedevano lentissimi e molto intensi. Si collezionavano uno sull’altro e se ne coglieva il peso addosso, come un macigno che diventava sempre più ingombrante e toglieva l’aria, premendo sulla nostra testa, sulle nostre spalle e nel torace. 

Si distingueva nell’elenco dei decessi il primo nome conosciuto: era un amico che in diversi periodi della mia vita, da quando avevo 9 anni aveva generato in me molteplici ricordi stupendi. Il virus lo aveva ucciso in una sola settimana: un uomo forte, un medico senza patologie pregresse.

Nessuno era più protetto. Cedevano le prime false certezze che avevamo dato per scontate al fine di  poter sopravvivere a un soffio dai miei primi quarant’anni. Avevamo intuito che il virus non era un affare che colpiva duramente per lo più anziani con patologie, ma avrebbe potuto colpire chiunque, di qualsiasi età, senza scrupoli e giustizia.

Vi assicuro che la pelle che abbiamo addosso può tremare. La mia l’ha fatto alla conclamazione ufficiale della pandemia mondiale l’11 Marzo, mentre il Covid19, aveva da poche ore visitato la mia casa. Si stava insinuando tra noi, colpendo le persone che amavo del mio nucleo famigliare e provavo le sensazioni che precedono il terremoto, quando si ferma tutto: l’aria, i rumori, i tempi e il cuore.

Con questo virus vigliacco abbiamo presumibilmente (nessuno ha potuto fare il tampone per dichiararlo ufficialmente) vissuto diversi giorni, quasi due settimane nelle quali abbiamo gestito febbre e tutti i sintomi di un’influenza per fortuna per noi rivelatasi superabile. Ci siamo dovuti abituare a questa presenza che, in nome di un rigoroso terrore, ci ha tolto improvvisamente i nuovi ritmi di una quarantena alla quale ci eravamo appena abituati, restituendoci una transumana obbedienza a decreti statali sempre più stringenti, per il bene collettivo. 

Smetto di provarmi la febbre perchè so di averla e sarebbe quasi inutile spaventarmi più di così: mio marito è chiuso dentro una camera che sta male e io sono comunque nel soggiorno con i bambini, anch’essi con malesseri. 

Un saturimetro diventa il nostro migliore amico e non riusciamo a capire se è il virus ad affannarci i respiri, o il terrore di dover chiamare il 112 per sentirci dire che non potevamo  fare altro che resistere perchè siamo giovani e sarebbe trascorso diverso tempo, prima di reperire un’ambulanza libera.

È troppo palpabile la paura della morte per se stessi e i propri cari, per poter credere che abbiamo avuto solo una semplice influenza.

Quindi è il covid19 a dividere la casa con noi, adesso, anche senza l’attestazione di un tampone. 

Smetto di leggere e guardare l’informazione giornalistica che puntualmente mi angoscia, ricordandomi come il mondo non tornerà a essere mai più quello di prima e insieme ad esso, noi. Non voglio dare spazio a un estraneo giornalismo che non mi conosceva prima del virus e che non saprà mai davvero cosa accadrà nella mia interiorità e come evolverà, trapassando giorno dopo giorno questa emergenza. Trovo assurdo pensarmi fuori da questo momento storico con una linea immaginaria che attraversa il mio corpo a metà e mi mostra come era la vecchia me e come sarà la nuova. Credo sia piuttosto presuntuoso anche credere come questa tragedia sia arrivata per farci fermare a riflettere su cosa abbiamo fatto al mondo prima di essa e al come dovremo imparare a vivere dopo di essa.

Intendo dire che, a mio avviso non ci troviamo di fronte a un calcolo che qualcosa o qualcuno, forse un Dio, vuole insegnarci e allora dobbiamo stare ad ascoltare. Non sono l’esempio più vero e sincero di cattolica da imitare, ma so che Dio non ci punirebbe mai in questo modo, neppure se fossimo tutti maledetti assassini.

Dico che abbiamo tutti il coronavirus nel mio nucleo famigliare, anche senza la certezza assoluta data dalla diagnosi perchè una influenza normale non avrebbe mai infranto i limiti di noi stessi e della nostra estrema vulnerabilità, facendo traboccare tutto, senza essere palpabile e visibile, oltretutto combattendo in modo così subdolo.

Una normale influenza non continuerebbe a farmi tremare la pelle in questo modo, temendo per ciò che sta fuori e tenta di entrare o ciò che sta dentro e cerca di uscire.

Mi ritrovo a esternalizzare una paura che spazza via tutte le nostre fondamenta insieme a mio marito: in un attimo fragili rispetto alla debolezza dei corpi che possono essere feriti a morte da un microrganismo, vulnerabili alla compattezza dei perimetri, e responsabili non solo di coloro che fanno parte della nostra famiglia, del nostro paese, della nostra provincia, regione, della nostra nazione, ma del mondo intero, perché il contagio non si ferma ai confini che in maniera del tutto anacronistica, alcuni governi hanno chiuso a turisti, manager e persone in fuga. E mentre è così terribile pensare di non avere rapporti con le persone che amiamo, per tanto tempo, le cautele che mettiamo in atto verso le persone più vulnerabili, sono l’occasione per recuperare i ponti tra generazioni e categorie che abbiamo rischiato di arginare e dimenticare.

La febbre passa, il mal di testa e gola, mischiati all’impotenza, restano, ma si attenuano pian piano, giorno dopo giorno, affievolendo la paura. Anche la congiuntivite diminuisce e riprendo a vedere le forme nitide delle cose. Le stanze degli isolamenti tornano ad aprirsi e ad essere una casa. Riaccendiamo la televisione e ritroviamo il coraggio di ascoltare, ma non riusciamo né a contare né a porre ideali traguardi di date cui tendere per uscire da questa condizione.

Capiamo che siamo molto meno individualisti di quanto crediamo di essere e più interconnessi di quanto pensiamo e non esiste nulla di più falso di chi pensa che questa contrazione delle dinamiche sociali stringenti sulla nostra libertà può insegnare al resto del mondo che il “nostro obbedire a un decreto” ci salvi e sia giusta.

Il “siamo tutti sulla stessa barca” di cui parla il mondo intero è condivisibile solo dal punto di vista delle vulnerabilità. Per nient’altro soggiorniamo sulla stessa barca. È questa consapevolezza che ci salverà, mentre torneremo a essere quelli prima del contagio con tutti i nostri difetti ed egoismi: che abbiamo imparato a comprendere le fragilità delle persone costrette a sopravvivere a stento in altre parti del mondo da secoli e secoli, anche prima di noi. Abbiamo annullato la proiezione di tutte le nostre esperienze del passato verso il futuro, soffermandoci a vivere davvero il giorno presente. Ci siamo accorti, senza orologi,che nelle ore di buio pesto non riuscivamo più a dormire anche se sentivamo sonno e stanchezza, perché cercavamo i respiri che ci permettevano di superare una lunghissima notte collettiva, che mai finiva all’alba. Ci siamo costretti puntualmente a domandare quando sarebbe finito quel nuovo tempo di rallentamento e distanziamento al quale eravamo disabituati.

Ritorneremo a dormire e respirare normalmente. 

Non abbiamo perso la nostra vita, il nostro tempo e le persone che ne facevano parte: li abbiamo diversamente ricollocati in una dimensione di distanza e dilatazione in cui lo svelamento della sobrietà del “noi stessi” che avevamo nascosto ci ha riportato alla necessità del dover essere ciò che davvero siamo sempre stati.

Resteremo sempre noi, solo più sicuri, in un mondo che non è un tempio indissolubile… non lo è mai stato a dire il vero, anche se l’umanità si è sempre comportata come se lo fosse, sicuri come singoli individui che evolvono e si adattano in un immenso cantiere in continuo cambiamento, come l’universo.

Sicuri perché abbiamo ascoltato prima e parlato poi, alla creatura che alberga dentro noi stessi dalla nascita. In una solitudine vera e profonda,  ritrovata allo specchio dei nostri bagni l’abbiamo consolata e rassicurata. Le abbiamo lavato la faccia, le abbiamo pettinato i capelli, l’abbiamo accarezzata, abbracciata e amata, e lo abbiamo fatto da soli, con le nostre braccia e le nostre mani, con le nostre orecchie, la nostra mente e il nostro cuore.

Sicuri perché abbiamo imparato a guardarci per quello che siamo realmente, assecondando i nostri bisogni primari e a restare integri, in un mondo che ha appena iniziato a sgretolarsi.

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